Il soldato Grillo va alla guerra (tra poveri)

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2grilloA seguito della vittoria elettorale Beppe Grillo affida al suo blog un post in cui per la prima volta esprime la sua visione politica in modo sistemico, non più limitato a singoli aspetti della vita pubblica, ma allargato all’insieme della società (“Gli italiani non votano mai  a caso” – 26/02/2013).
Il comico genovese riscopre a modo suo la lotta di classe, dividendo la società in due blocchi contrapposti, da una parte il blocco dei “garantiti” formato innanzitutto dalla Kasta politica e mediatica, ma anche da tutti i dipendenti pubblici; dall’altra parte ci sono invece i “precari”, in massima parte giovani, istruiti e senza futuro, ma anche gli imprenditori medi e piccoli strozzati dalle tasse.
Nell’esegesi che Grillo fa della società, il primo gruppo gode di “privilegi” che non vuole mollare, mentre il secondo gruppo scalpita per toglierli al primo. Il primo gruppo vota per la vecchia politica, il secondo gruppo vota m5s.
Come ciliegina sulla torta Grillo dice che non possiamo più permetterci di pagare stipendi e pensioni (citando per altro cifre sbagliate), quindi dobbiamo toglierli e sostituirli con un reddito di cittadinanza (che immagino sia una somma globalmente inferiore, altrimenti non avrebbe matematicamente senso).
Personalmente leggendo queste parole ho sentito un brivido lungo la schiena. Chi ha il coraggio di definire quella di Grillo come una rivoluzione, dovrebbe riflettere bene sul significato di queste parole.
Nel dettaglio a me sembra che emergano i seguenti punti politici/programmatici:
1) Grillo di fatto avalla le politiche di austerità, dicendo che viviamo al di sopra delle nostre possibilità (stipendi? pensioni? roba da spendaccioni!). Grillo conferma questa tesi in più occasioni, dicendo che se governasse il m5s nei prossimi 4-5 anni saremo tutti più poveri (ma aggiunge anche più felici, non si sa in base a quale parametro). La base teorica che fa capolino è quella cialtronata della decrescita felice, una cosa senza nessun fondamento scientifico, buona per gli umanisti e i poeti arcadici che pensano che possiamo essere soddisfatti di stare nei campi a suonare la cetra mentre guardiamo pascolare il bestiame.
2) Poniamo che Grillo l’abbia vinta, che grazie al movimento la politica venga moralizzata, che spariscano le tangenti e gli sprechi, che in quattro-cinque anni di tirare la cinghia si arrivi ad un rapporto debito/pil sostenibile. Con cosa ci ritroveremo? Uno stato sociale devastato, svuotato dei suoi saperi e delle sue competenze, a seguito di un massiccio licenziamento di dipendenti pubblici (non solo manager, ma anche infermieri, professori, funzionari di vario ordine e grado ecc…). Il reddito di cittadinanza (ma forse dovremo chiamarla elemosina vista la probabile entità) come unica fonte di sostentamento per milioni di disoccupati vittime della decrescita “felice”. Nota positiva, con i tagli alle spese della politica (leggasi anche democrazia) potremo finanziare qualche bella operazione di immagine, tipo portare la banda larga agli ottantenni dei paesi fantasma del reatino.
3) L’operazione veramente ideologica (altro che fine delle ideologie!) è però quella di ribaltare la divisione in classi sociali legate ai rapporti di produzione, cioè l’analisi classica del marxismo, trasformandola nella contrapposizione tra garantiti e non garantiti. Dietro a questa visione apparentemente innovativa e ragionevole, in quanto basata sull’evidenza dell’esperienza giornaliera, si cela qualcosa di veramente mostruoso. L’idea che il dipendente pubblico, quello che ti abita di fronte o magari che fa parte della tua stessa famiglia, che vive come te, che mantiene dei figli con milleduecento euro al mese possa essere il tuo nemico di classe. Certo, egli ha la sicurezza di un posto fisso, cosa che il precario a ottocento euro non ha, ma contemporaneamente non ha nessun potere di decidere sulla vita del precario, cosa che invece ha il suo datore di lavoro, in quanto detentore dei mezzi di produzione. Quale vantaggio avrebbe il precario dall’abbattimento del “privilegio” del dipendente pubblico? Nessuno, semmai una riduzione della spesa pubblica potrebbe portare ad una diminuzione delle tasse, ma da questa si avvantaggerebbe maggiormente il padrone che avendo un reddito maggiore ne paga di più.
L’unico effetto reale sarebbe quindi la distruzione della solidarietà tra lavoratori, il sogno segreto di tutti i reazionari di questo mondo.
A mio avviso questa operazione non è né più né meno che l’ennesima operazione di distrazione (dopo i comunisti, gli immigrati ecc…) verso il reale nemico dei lavoratori, cioè la classe padronale che non a caso è sempre ben lontana dalle invettive grilline. Non si tratta di un giudizio morale sulla bontà o la cattiveria del singolo padrone/imprenditore/datore di lavoro, si tratta semplicemente di riconoscere che gli interessi dei lavoratori e dei padroni sono contrapposti per natura e che quindi si possono difendere gli uni o gli altri.
Grillo annulla questa divisione, ma così facendo si pone di fatto dalla parte del più forte, che infatti si guarda bene dall’attaccare nei suoi comizi se non nei suoi aspetti più grotteschi. I cosiddetti padroni “con le pezze al culo”, cioè quelli che fanno affari con i soldi prestati dalla banche, sono suoi occasionali bersagli, ma tutti gli altri si salvano sempre.
Un ultimo punto mi preme di portare all’attenzione in questo spazio: quale sarebbe il posto del comico milionario Beppe Grillo in questa distopia bucolica e felicemente decresciuta? Sarà ancora lecito che un comico possa guadagnare così tanto dai suoi spettacoli?
La domanda è ovviamente retorica e d’altra parte il comico genovese ha risposto più volte; lui guadagna legittimamente perché la gente va a vedere i suoi spettacoli scegliendo liberamente di farlo. In termini generali potremmo dire che lui crea un’offerta, la quale soddisfacendo una domanda gli fornisce il profitto adeguato in base alla legge della domanda e dell’offerta.
Guarda caso, basta grattare un po’ la crosta del rivoluzionario per ritrovare il libero mercato.
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