Archivio mensile:dicembre 2016

Il potere costituente dell’Algoritmo

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cervelloSistematizzare le proprie azioni in forma algoritmica è un’esigenza connaturata all’esperienza umana. Necessaria per passare conoscenza da una persona ad un’altra, ricordarsi come si è fatta una certa cosa o tramandare le ricette di famiglia ai propri discendenti.
La matematica e poi l’informatica hanno dato una forma ed un’applicazione su vasta scala agli algoritmi che oggi fanno parte integrante della nostra vista. In gran parte senza che ce ne accorgiamo.
Gli algoritmi calcolano la fila più veloce alla posta, aumentano la sicurezza della nostra auto, entrano in connessione con il nostro umore quando ci colleghiamo al nostro social network preferito.
Gli algoritmi sono sui posti di lavoro, in cui sempre più spesso definiscono il flusso di lavorazione sottraendolo all’iniziativa e all’inventiva del personale.
Gli algoritmi sono sbarcati in politica quando il senatore Calderoli ne utilizzò uno per generare milioni di emendamenti al ddl Boschi, mandando in pensione l’ostruzionismo classico, fatto di inventiva e di discorsi fiume.
Quello che è cambiato negli ultimi anni non è quindi tanto la produzione o la necessità degli algoritmi che permettono alla nostra società di funzionare, ma la loro pervasività invisibile e soprattutto la fiducia che ci si ripone.
Quando un algoritmo è rozzo, il suo funzionamento palese, una persona si rende conto di usarlo e può decidere di farne a meno. Ma quando l’algoritmo è sofisticato, il suo funzionamento è nascosto al limite del magico (come diceva Clarke: “qualsiasi tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia”) il rapporto tra la mente umana e l’algoritmo non è più un rapporto gerarchico, il primo come strumento e la seconda come utilizzatore, ma diventa un rapporto di fiducia, tra pari.

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