Il potere costituente dell’Algoritmo

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cervelloSistematizzare le proprie azioni in forma algoritmica è un’esigenza connaturata all’esperienza umana. Necessaria per passare conoscenza da una persona ad un’altra, ricordarsi come si è fatta una certa cosa o tramandare le ricette di famiglia ai propri discendenti.
La matematica e poi l’informatica hanno dato una forma ed un’applicazione su vasta scala agli algoritmi che oggi fanno parte integrante della nostra vista. In gran parte senza che ce ne accorgiamo.
Gli algoritmi calcolano la fila più veloce alla posta, aumentano la sicurezza della nostra auto, entrano in connessione con il nostro umore quando ci colleghiamo al nostro social network preferito.
Gli algoritmi sono sui posti di lavoro, in cui sempre più spesso definiscono il flusso di lavorazione sottraendolo all’iniziativa e all’inventiva del personale.
Gli algoritmi sono sbarcati in politica quando il senatore Calderoli ne utilizzò uno per generare milioni di emendamenti al ddl Boschi, mandando in pensione l’ostruzionismo classico, fatto di inventiva e di discorsi fiume.
Quello che è cambiato negli ultimi anni non è quindi tanto la produzione o la necessità degli algoritmi che permettono alla nostra società di funzionare, ma la loro pervasività invisibile e soprattutto la fiducia che ci si ripone.
Quando un algoritmo è rozzo, il suo funzionamento palese, una persona si rende conto di usarlo e può decidere di farne a meno. Ma quando l’algoritmo è sofisticato, il suo funzionamento è nascosto al limite del magico (come diceva Clarke: “qualsiasi tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia”) il rapporto tra la mente umana e l’algoritmo non è più un rapporto gerarchico, il primo come strumento e la seconda come utilizzatore, ma diventa un rapporto di fiducia, tra pari.

Non solo, il nostro modo di pensare, il nostro modo di lavorare si sta modificando per adattarsi al modo di pensare e lavorare della macchina. Addirittura ci sono lavoratori che non utilizzano dei software per lavorare, ma al contrario lavorano per nutrire gli algoritmi di informazioni umane che altrimenti non sarebbero in grado di utilizzare.

L’algoritmo è il nuovo feticcio dell’era contemporanea, i rapporti di produzione che hanno portato alla sua stesura sono nascosti, le sue logiche sono oscure, ma il risultato è veritiero, magico, perfetto e indiscutibile.

L’algoritmo è anche il totem nascosto di questa riforma costituzionale.

La propaganda del premier insiste molto sul fatto che se in Italia non si fanno le riforme la colpa è delle cosiddette “regole del gioco” che sono vecchie e non più adatte alla società di oggi. Quello di cui ci sarebbe bisogno sarebbe quindi non una nuova e migliore classe dirigente, ma piuttosto di un aggiornamento del “software” che fa girare il tutto.
Ci sono due importantissime rimozioni in questo discorso; la prima è la quella totale e assoluta delle responsabilità della politica nei fallimenti della storia dell’Italia repubblicana, la seconda è l’evitare di dire quali siano le esigenze di questi tempi moderni per cui è necessario aggiornare la Costituzione.
Sulla prima rimozione, trattandosi del passato possiamo parlare con cognizione di causa, della seconda invece, trattandosi del futuro possiamo solo speculare.
Uno degli obiettivi della seconda Repubblica, portato avanti principalmente da Berlusconi prima e da Renzi poi, è stata la sistematica distruzione dei corpi intermedi. Quella miriade di associazioni, movimenti e partiti in cui la società si organizzava e che a loro volta davano una forma ed un’organizzazione alla società sono diventati il principale nemico da abbattere in nome dell’individualismo e della società liquida. L’uomo nuovo del ventennio berlusconiano la cui narrazione era costruita attorno al corpo di Berlusconi, non era quella dell’uomo impegnato nel sociale, ma del self made man che agisce da solo utilizzando solo il suo fiuto, la sua intelligenza e spregiudicatezza. Ovviamente solo pochi possono essere veramente così, per tutti gli altri rimane il sogno di poter essere un giorno così ed una moltitudine di solitudini spezzettate di fronte alla televisione.

Le conseguenze di questo le stiamo vedendo oggi; la società italiana (ma succede lo stesso anche in altri paesi, a dimostrare che se il berlusconismo è stato un fenomeno locale, il neoliberismo è un fenomeno globale) è diventata insondabile, inconoscibile. Un tempo si poteva fare riferimento alla direzione delle organizzazioni di massa per poter capire cosa pensasse la gente, ma oggi l’opinione pubblica è così frammentata che è diventato difficilissimo, come dimostrano anche i continui fallimenti dei sondaggi, capirla e darle un senso ed un ordine.

Qui arriva la seconda rimozione: come si governa l’uomo nuovo del neoliberismo? Come si governa un individuo insondabile, difficile da mobilitare, addirittura difficile da portare a votare? Come si ottiene il consenso implementando le politiche richieste dall’ideologia neoliberista, cioè tagliare il welfare, allungare l’età pensionabile e rendere più precario il lavoro?

Ecco quindi subentrare la necessità dell’algoritmo.

Tutti i problemi politici legati alla frammentazione della società vengono spostati così dalla sfera politica a quella alchemica algoritmica. A governare non dovrà più essere una classe politica, ma una formula matematica che cristallizzi quel poco di consenso che si riesce ad ottenere in una forma che possa durare 5 anni.

Cinque anni in cui, si badi bene, non è prevista alcuna permeabilità tra società e maggioranza governativa, perché questa deve essere talmente ampia da poter essere totalmente indipendente ed impermeabile a quello che accade dentro, ma soprattutto fuori, il parlamento.

Ma questa concezione escludente e deresponsabilizzante, mirabilmente riassunta nello slogan “basta un sì”, è la morte di quella democrazia organizzata e conflittuale immaginata dai padri e dalle madri costituenti imperniata sulla partecipazione dei cittadini alle strutture intermedie della società e quindi alla rappresentazione proporzionale diretta.

Questo tipo di democrazia è troppo complicata e faticosa per la leggerezza e velocità della politica moderna. Per lei è sufficiente la gestione algoritmica, procedure impersonali che si assumano la responsabilità della formazione delle maggioranze, della trasformazione in leggi delle direttive emanate da luoghi oligarchici ed irraggiungibili come l’Unione Europea ecc…

Gli apprendisti stregoni di questa riforma, come tutti gli apprendisti stregoni, sono però avventati e non si rendono conto che stanno mettendo in campo uno strumento che, nonostante le apparenze, è estremamente vulnerabile. Tutti gli algoritmi, per quanto ben progettati, condividono una debolezza: l’intrinseca incapacità di adattarsi a situazioni inaspettate che una volta processate dall’algoritmo portino ad esiti imprevisti e destabilizzanti.

Prevedere tutte le possibili situazioni è complicato per chi si occupa di programmare algoritmi anche per programmi semplici, figuriamoci per chi cerca di usarli per governare un sistema così variabile ed imprevedibile come la vita politica del nostro paese.

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