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L’esigenza irrinunciabile di schiarirsi le idee

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Da diverso tempo ho difficoltà a ricordarmi le cose. Non è che mi dimentichi cose tipo gli appuntamenti o le chiavi di casa, ma mi dimentico le mie riflessioni, le mie osservazioni e i commenti che faccio quando apprendo qualcosa. Il risultato è che ho qualche difficoltà a fare conversazione, a esprimere le mie opinioni sugli argomenti e finisco quasi sempre per non dire niente di significativo, salvo poi pentirmi di non aver detto questo o quello, usato una certa argomentazione che in un primo momento mi era sembrata brillante e così via.

Ho pensato quindi che avevo bisogno di fare uno sforzo, cioè quello di appuntarmi le cose, ma anche questo non è sufficiente perché una massa di appunti slegati non fanno un discorso, né costruiscono un argomento.
Quello di cui ho veramente bisogno è di sforzarmi ad elaborare e rielaborare le cose, a dargli una forma in modo che mentre cerco di dargli un capo e una coda il pensiero prenda forma e diventi qualcosa di sensato.
Da qui la tentazione di riaprire questo spazio che trascuro da tanti anni. Solo il tempo dirà se si dimostrerà una scelta adeguata e soprattuto se avrò la pazienza e la costanza di aggiornarlo, o se mi lascerò trasportare dalla corrente. Come al solito…

La Rivoluzione

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Io sono comunista… perché i comunisti sono come i marziani… qualcuno dice che i marziani sono una civiltà superiore, come i comunisti.
Qualcun altro invece dice che i marziani sono dei criminali assassini che distruggeranno il mondo, come i comunisti.
Ma tutti sanno che i marziani non esistono, che i marziani sono un’invenzione letteraria, una meravigliosa storia di fantascienza…come il comunismo.
Visto e considerato che non ne potevano più della loro malasorte incominciarono ad aggirarsi come s’aggirò quel famoso spettro per l’Europa… tutti evidentemente erano dei disgraziati… ma ciascuno lo era in maniera differente… perché la disgrazia colpisce i miseri, ma con incredibile fantasia nella sorte.
Difatti c’era quello che aveva perso la casa e quello che più semplicemente aveva perso le chiavi di casa, c’era quello che aveva perso la memoria e mò non si ricordava neanche più che cos’è che si era perso, c’era quello che aveva perso la ragione… e insieme alla ragione aveva perso anche il torto. C’era quello che aveva perso tempo e mò non c’aveva più tanto tempo da perdere… e difatti fu lui che disse: "Attenzione!"
"Tra cinque minuti comincia la rivoluzione!"
"Tra cinque minuti comincia la rivoluzione!"
"Tra cinque minuti comincia la rivoluzione!"
"Tra cinque minuti comincia la rivoluzione!"
"Tra cinque minuti comincia la rivoluzione!"
E nel mentre che s’aggiravano come s’aggirò quel famoso spettro per l’Europa, si trovarono a passare sotto le finestre di quelli che una volta dicevano "Avanti Popolo!", e dicevano "Avanti Popolo" perché mandavano sempre davanti il popolo… e loro rimanevano indietro, magari d’un passo magari d’un metro perché loro ad andare davanti gli veniva da ridere. E furono questi ultimi che con gli occhi rossi e la morte nel cuore videro lo scompiglio nelle forze dell’ordine che mò non erano più né forti né ordinate… difatti erano scappati i generali, i marescialli, i colonnelli, i tenenti, sottotenenti, nullatenenti, perfino i Pompieri di Viggiù da qualche minuto non c’erano più…
Con loro erano scappati via i famosi guerrieri, quelli che mostravano i denti e terrorizzavano il mondo. Per strada c’era soltanto qualche brigadiere in pensione che sventolava la dentiera… ma si sa che anche i soldati sdentati capiscono come va la situazione… e si dissero sottovoce…
"Tra cinque minuti comincia la rivoluzione…"
"Tra cinque minuti comincia la rivoluzione…"
"Tra cinque minuti comincia la rivoluzione…"
"Tra cinque minuti comincia la rivoluzione…"
"Tra cinque minuti comincia la rivoluzione…"
Il capo dei capi della polizia e di tutti gli eserciti riuniti stava guardando in televisione un famoso programma sui gamberi in salsa rosa quando ci fu una spiacevole interruzione… il giornalista autorizzato dalla redazione disse che purtroppo il programma del sabato sera, insieme al tirassegno sull’emigrante che passa la frontiera, il telegiornale di Paperino, il Grande Fratello con suo cugino e le olimpiadi di mazza fionda non sarebbero più andati in onda "Perché – disse – saltata è la programmazione…"
"Perché tra cinque minuti comincia la rivoluzione!"
disse
"Tra cinque minuti comincia la rivoluzione!"
Cosi il capo dei capi della polizia e di tutti quanti gli eserciti riuniti per la prima volta nella sua luminosa carriera si sentì di essere la persona sbagliata nel posto peggiore, lui che per tutta la vita era sempre stato cosi tanto sicuro di sé, che le parole gli stavano in bocca come famosi quadri dentro ad un museo, adesso invece si vergognava che in una città cosi piena di sole sporcasse i muri con la sua ombra.
Cosi quella folla che s’aggirava come s’aggirò il famoso spettro per l’Europa smise d’aggirarsi, si fermò un istante incominciò a fare il conto all’incontrario come si fa la notte di capodanno aspettando l’anno nuovo… e disse…
"meno 5
4
3
2
1"
-con un po’ di emozione-
"Gentili signori comincia la rivoluzione!"
"Gentili signori comincia la rivoluzione!"
"Gentili signori comincia la rivoluzione!"
"Gentili signori comincia la rivoluzione!"
"Gentili signori comincia la rivoluzione!"

Da "Parole Sante" di Ascanio Celestini

Le radici e le ali

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Quel giorno Dio era malato /in un paese di pane e pietre
nacque figlio di un vulcano e del fiocco di neve
erano i tempi della battaglia /delle ferite delle bandiere /
della fughe sulla montagna delle camicie nere

Passerà come acqua lungo il fiume /
come passa questo vento /
come passi soli nel tempo.

En el fruente de Jarama /nella guerra in Spagna /
chi ricorda il nome della sua compagna
ma chi sa dire /se è paura o amore /che t’incendia il cuore /
che ti fa morire

Passerà come acqua lungo il fiume
come passa questo vento /
come passi soli nel tempo.

Vennero i giorni delle menzogne /delle bestemmie delle preghiere
dei compromessi e le piazze vuote /nuovi altari nuove frontiere.
Ora è solo come la pioggia /come pioggia nelle strade
con le radici con le sue ali /come un re di spade.
Solo come un sospiro /un orizzonte perso di vista
è solo come un gigante

è solo un vecchio comunista !!

da "Le radici e le ali" dei Gang

La donna dei boschi

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In montagna i partigiani morivano, ma l’uomo della montagna fu più fortunato, lui fu solo ferito. Una notte, una di quelle notti di spari, uno con la camicia marrone, un crucco insomma, gli sparò centrandolo al cuore. Tuttavia l’ora dell’uomo della montagna non era ancora venuta e non è possibile che una pallottola, per quanto sparata precisamente, si possa opporre ai progetti del destino. Così, visto che non era ancora la sua ora, l’uomo della montagna scappò e si mise in salvo.

Quando si accorse finalmente di essere completamente solo Cosimo si fermò ed una grande stanchezza lo prese alle spalle, così si disse che poteva forse riposarsi un po’. La pallottola al cuore gli doleva un po’, ma era tranquillo perché sentiva che quella pallottola era arrivata troppo presto, che non era ancora la sua ora e che quindi non sarebbe morto. Così, preso dalla stanchezza, si sdraiò sull’erba soffice e si abbandonò al sonno. Leggi il resto di questa voce

L’uomo della montagna

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La porta della baita si aprì ed un vecchio uomo varcò la soglia. Era un uomo vecchio, ma era vecchio in media, perché aveva diverse età. Ad esempio sul viso aveva più o meno centovent’anni, ma le mani e le spalle erano ancora grandi e forti come il quarantenne che era stato. Era molto alto e non si era ingobbito come fanno i vecchi che in gioventù erano molto alti, no lui era rimasto dritto e forte come un albero. Certo non proprio come una quercia, più che altro come un pino di montagna, si un buono e sano pino di montagna.

Così la sua età, una volta fatta la media tra le varie parti del corpo veniva intorno ai sessantacinque, che poi era proprio la sua età, precisa precisa. Leggi il resto di questa voce

Buon compleanno!

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E’ questa la prima cosa che ho pensato stamattina quando mi sono svegliato.

"Buon compleanno vecchio mio, oggi fai 23 anni è già un bel risultato i miei complimenti. " ho pensato rivolgendomi a me stesso

Ho scacciato in fretta i peccaminosi pensieri di mettermi a studiare e mi sono detto "ora passo dal letto al divano e chi si è visto si è visto". Allora prendo il computer mi sdraio, accendo un film scemo sulla tv e comincio a vagare su internet. Come prima cosa ogni volta che accendo il computer consulto le news che trovo sulla pagina personale di google ed è così che ho saputo.

E’ morto il settimo operaio vittima dell’incendio della Thyssen Krup.

Non so chi fosse, ma posso immaginarmelo: un ragazzo allegro, uno con la testa sulle spalle, magari uno di quelli che a scuola non andava tanto bene e che quindi si è messo a lavorare, con onestà e con serietà. Aveva solo 26 fottutissimi anni…

Giuseppe è morto a 26 anni perché era un ragazzo bravo, uno che lavorava, uno che probabilmente voleva solo costruirsi una famiglia ed una vita tranquilla.

Giuseppe è morto a 26 anni perché i suoi padroni erano troppo occupati a contare i soldi per occuparsi delle necessarie misure di sicurezza.

Giuseppe è morto a 26 anni perché in questo sistema si pensa che per uno stipendio schifoso i padroni ti possono comprare e portare via la vita, chiudendoti in una fabbrica per 35-40 anni e ancora di più.

Oggi penso ai suoi ventisei anni e ad un compleanno che non scorderò più

 

Valete

In morte di Enzo Biagi

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Sono secoli che non aggiorno questo blog, ma la recente scomparsa di Enzo Biagi mi ha spinto a mettere "nero su bianco" una riflessione che mi ronzava in tempo da un po’.
In questi ultimi anni mi sto rendendo conto, con molta più evidenza di prima, dello scorrere del tempo. Non so se ci avete fatto caso anche voi, ma tutti i personaggi di cui siamo venuti a conoscenza nella nostra infanzia e che ci sembravano eterni ci stanno pian piano lasciando. Soprattutto nei settori dello spettacolo e della politica, che sono quelli che seguo di più, ma anche nello sport e negli altri settori, stanno lentamente sparendo i nostri punti di riferimento. Essendo nato nel 1984 non ho potuto apprezzare alcuni grandi personaggi come Berlinguer o Pajetta, tuttavia ero già abbastanza grande e politicizzato per ricordare la scomparsa di Livio Maitan, storico dirigente trozkista di Rifondazione, e la recente morte di Bruno Trentin storico segretario della CGIL, prima che il sindacato facesse la fine che sta facendo ora.
Nello spettacolo poi ne sono morti veramente tanti: Gassman, Corrado, Bramieri, Manfredi e Alberto Sordi, ma anche personaggi minori come Gigi Sabani che da bambino mi faceva divertire con il suo "Il gioco dell’oca", per non dimenticare poi la prematura fine di Massimo Troisi. Certo alcuni personaggi che ho citato sono morti da più di dieci anni, ma fanno comunque parte dell’immaginario della mia infanzia, così come lo sono Lady Diana e Madre Teresa, morte nello stesso anno e come lo è Papa Giovanni Paolo II, il papa che era già in carica quando sono nato e che a livello inconscio pensavo che ci sarebbe sempre rimasto. La morte del Barone Liedholm, che non ho conosciuto direttamente, ma di cui mio padre mi ha sempre parlato, rappresenta la fine di un mondo del calcio, fatto da persone per bene, che non c’è più, così come la morte di Biagi rappresenta un mondo di giornalismo fatto di persone integerrime di gente che dice quello che pensa senza leccare il culo a nessuno, di giornalismo anche, e perché no, militante, ma sempre e comunque onesto al quale ci avevano abituati giornalisti del calibro di Biagi e di Montanelli.
La stessa morte di Pavarotti, sebbene non così rilevante (per quanto mi riguarda) da punto di vista culturale, rappresenta comunque la fine di un personaggio che era diventato un simbolo fino quasi ad essere l’incarnazione stessa del tenore.
Chi rimane dunque oggi di questo mondo in via di estinzione? Chi rimane di una generazione come quella di Biagi? Una generazione di politici, ex-partigiani e avventurieri che hanno ri-fondato l’Italia nel dopoguerra? Sono pochi, pochissimi delle perle rare come Giorgio Bocca o come Ingrao che all’età di 92 anni è ancora in grado di salire su un palco e di commuovere un milione di persone. E mentre il nostro patrimonio storico vivente si assottiglia c’è chi in Italia cerca di accelerare questo processo di "svecchiamento", cercando di sostituire una vecchia saggezza con una nuova ignoranza. Le stampelle che un fascista ignorante e cafone come Storace ha fatto mandare a una delle menti più brillanti di Italia come Rita Levi Montalcini e gli insulti che poi ha fatto volare all’indirizzo di un ex-partigiano come il presidente Napolitano sono il simbolo di un Italia che non capisce, di un Italia che non ha appreso niente dalle testimonianze di chi ci ha lasciato e di chi in un futuro più o meno prossimo ci lascerà.
Io non so se la nuova generazione che sostituirà questa sarà all’altezza… ma francamente ne dubito
 
Valete
 
 

Un po’ di Storia (3)

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Oggi parliamo di un personaggio poco conosciuto della storia della repubblica romana dei tempi eroici: Marco Valerio Corvo. Relativamente sconosciuto ai posteri ne scrivo volentieri perché è un simbolo molto potente di cosa significava all’epoca essere un Romano.
 
Correva l’anno 371 a.C (che se poi questi anni la finissero di correre ci farebbero un gran piacere a tutti..) o per meglio dire l’anno 382 a.U.c, visto che all’epoca il conteggio degli anni si faceva in un altro modo, che se anche noi oggi contassimo in quel modo ci troveremmo nel 2759 a.U.c e ci saremmo risparmiati 753 anni di tribolazione. Comunque, divagazioni calendaristiche a parte, in quell’anno una nobildonna romana di nome Valeria della gens omonima metteva al mondo un simpatico bambino a cui venne dato il nome Marco. Ben presto il vivace pargolo venne soprannominato Corvo (o anche Corvino) a causa della sua capigliatura nera come la pece. A quanto pare questo soprannome era anche un po’ un modo per prendere in giro il padre del bimbo, che si dice fosse chiaro di pelle e di capelli ed infatti si chiamava semplicemente Marco Valerio, poi detto il Vecchio per distinguerlo dal figliolo. In ogni caso, se Marco il Vecchio era preoccupato della fedeltà di sua moglie non lo diede mai a vedere e continuò i suoi affari, amando moglie e figlio come se stesso e dandogli tutto ciò che un severo padre romano poteva dare.
 
Mi pare giusto a questo punto aprire una piccola parentesi sulla gens Valeria. Era la gens Valeria una tra le più antiche gens romane, anche se non facente parte a pieno titolo delle gentes Originariae, in quanto di origine Sabina e trasferitasi a Roma con Tito Tazio a seguito del famoso Ratto delle Sabine. Essendo una delle famiglie più nobili e più prestigiose di Roma, godevano di ogni tipo di privilegio: avevano i posti riservati a teatro, erano gli unici ad avere il diritto di costruire le porte delle proprie case direttamente sulla strada e soprattutto avevano il diritto di accedere ai collegi sacerdotali più "in" di tutta la capitale.
 
Ora, ad essere un patrizio della gens Valeria, ci si poteva facilmente montare la testa e darsi arie da Re di Roma, tuttavia non fu il caso del nostro Marco Valerio Corvo, il quale si dimostrò essere tutto fuorché un ragazzino viziato.
Giovane, abile e di forte e giusto pensiero, ne sentiamo parlare per la prima volta quando nel 349, all’età di soli 22 anni, trovandosi sotto le armi in qualità di tribuno militare, sotto il comando del celeberrimo Marco Furio Camillo prese parte alla guerra contro i Galli.
 
Si narra infatti che, mentre la battaglia infuriava, Marco si ritrovò ad affrontare in singolar tenzone un barbaro di statura e forza eccezionale. Secondo quanto ci racconta Tito Livio, questo barbaro era una sorta di gigante del nord, alto circa due metri, con spalle e braccia possenti ed un torace largo quanto due uomini piantato su gambe potenti come radici di quercia.
L’esito del duello sembrava scontato al povero Marco, che a confronto col possente barbaro faceva la figura di Davide contro Golia, ciò non di meno si gettò a capofitto nella battaglia, facendo sfoggio di grande coraggio e spregio del pericolo.
Tuttavia Marco nonostante il coraggio e la forza di volontà non avrebbe mai vinto, se non fosse accaduto un piccolo miracolo. Nel momento culminante della battaglia, quando la vittoria stava per arridere al gigante gallico, un corvo calò in picchiata sul barbaro, attaccandolo al volto. Il volatile non riuscì a danneggiare seriamente l’omaccione, tuttavia diede una preziosa occasione a Marco di ribaltare la situazione ed infatti il giovane la colse al volo ed approfittando della distrazione dell’avversario lo uccise trapassandolo con la spada.
Da quel momento la battaglia prese un esito favorevole e Marco Furio Camillo riportò una vittoria schiacciante. Alla fine della battaglia il nostro Marco Valerio, che mai come ora si meritava l’appellativo di Corvo, fu acclamato come un favorito degli Dei.
 
Da quel momento in poi l’ascesa politica di Marco fu inarrestabile, fu eletto console l’anno successivo (348 a.C), all’età di soli 23 anni e senza aver ricoperto alcuna carica del cursus honorum!!!
 
La sua vita successiva è costellata di alte cariche e di innumerevoli vittorie: fu di nuovo console nel 346, nel 343 nel 335, nel 300 e nel 299. Nel frattempo riuscì anche a farsi eleggere dittatore due volte nel 342 e nel 301. In tanti anni di battaglie affrontò e sconfisse i Galli, i Volsci, i Sanniti e gli Etruschi. Questi ultimi, quando seppero che Marco Valerio Corvo (ormai 72enne!) stava marciando contro di loro si rifiutarono di scendere in campo e si arreserò senza combattere tale era la paura che il vecchio condottiero era in grado di suscitare nei suoi nemici.
 
Dopo l’ultimo consolato nel 299 a.C, si ritirò in una sua villa in campagna dove condusse una vita frugale e morigerata, coltivando personalmente la sua terra, fino all’età di 100 anni.
Morì con l’aratro in mano, consegnando ai posteri una dignitas immacolata e perfetta.
 
 
E questo è tutto quello che so sulla vita di Marco Valerio Corvo, spero che abbiate gradito.
 
Valete

Briganti se more

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Ammo pusato chitarre e tamburo
pecchè ‘sta musica s’adda cagnà.
Simmo briganti e facimm’ paura,
e cu ‘a scupetta vulimmo cantà.

E mo cantammo ‘sta nova canzone,
tutta la gente se l’adda ‘mpara.
Nun ce ne fotte d’o re Burbone
ma ‘a terra ‘a nostra e nun s’adda tucca.

Tutte e paise d’a Basilicata
se so scetati e vonno luttà,
pure ‘a Calabria mo s’è arrevotata;
e stu nemico ‘o facimmo tremmà.

Chi a visto o lupo e s’è miso paura,
nun sape buono qual’è verità.
O vero lupo ca magna ‘e creature,
e ‘o piemontese c’avimma caccià.

Femmene belle ca date lu core,
si lu brigante vulite salvà;
nun ‘o cercate scurdateve ‘o nome;
cai ce fà guerra nun tene pietà.

Omo se nasce, brigante se more,
ma fino all’ultimo avimma sparà.
E se murimmo menate nu fiore
e na bestemmia pe’ ‘sta libertà